Ianus Pravo è di origine veneta, ma lasciò l'Italia già negli anni ottanta (abbandonò anime morte e anime tout court), conservando la Lingua proprio perchè disprezzata dall'Ytalya di memoria villiana ("¡que viva Villa! Emilio, naturalmente"). Ha vissuto in Argentina, in Sudafrica e in Israele, praticando diversi mestieri. Da alcuni anni risiede in Catalogna, nel quartiere del Raval di Barcellona, dedicandosi esclusivamente alla letteratura. Ha tradotto in castigliano e catalano testi di Dossi, Corazzini, Campana e Michaelstadter. Ha in preparazione due romanzi: Il volto macchina e Hakeldamà.

Tiresia, oí-dípous, Yámbe
al ictus,

il corpo percosso dal bastone
che alle pareti della ferita
fa fluire il sangue
dell'accento forte

fa respirare di ferita
la ferita nel tempo
di vacillazione.

Tiresia che ha ferito la copula,
che ferito dal dýo deinós
rosso di forza
nero di forzato.

Na as, na bhu.
As ma solo commisurazione
dal bianco freddo al bianco,
nascesti tardi perché nascesti.

(da MUDRÀ Ob scaenam Virginem)

 

 

APPUNTI SULL'ACHILLEIDE A VENIRE
(Gaza mon amour)


Che pena… quale pietà di pietra ride sulla città… il Dio è zoppo e il giambo suo malsano applica l'ictus del ritmo deforme al cuore del popolo: Tersite, questo popolo individuale, conserva sulle labbra il riso sputato dal Dio per enfasi di eloquio. L'avanzo del suo mostrarsi è sangue luetico sulla faccia del mostrato che, pur vacillando di bocca, è bipede, trae con sé, nella claudicazione, la stabilità.

Nella piazza i kalashnikov, ammonticchiati come covoni, formano un altare alla tregua dell'imbrunire mentre la rapida torsione del polso dell'oplita-giocatore trasmette il bruno della pelle alla meraviglia in cui la palma della mano rimane aperta e i dadi gialli rotolano sino al bordo del cartone disteso a campo di gioco. Il riso o l'imprecazione culminano il movimento dal colore della carne, attraverso il quietarsi numerico del lancio, alla luce dell'invocazione al mondo formato dalla sorte. I gesti dei cinque opliti giocatori si legano l'uno all'altro come il passaggio dei dadi dall'una all'altra mano descrive un unico movimento: e lo sguardo si alza dal gioco o va di lato e, richiamato al fuoco di una voce, si ritrae su un volto.

La brevità è la cifra delle movenze, la leggerezza è chróma del loro circolo attivo. Uno dei cinque si rizza sulle gambe per sgranchirle, distende le braccia e mi espone il naso camuso e il labbro leporino, e nuovamente immerge la figura nel fluido vibrante composto dalla corona dei cinque corpi intorno ai dadi. Ora le teste beccheggiano, ora oscillano lungo l'asse delle spalle a riconoscere i tratti della luce poligonale. Quando, all'unisono, lasciano il gioco e si alzano e avanzano verso il centro della piazza, il pentagono si aggroviglia e sovrappone i propri lati sino alla perdita del cuore geometrico: si riforma, contratto o dilatato, contaminato dall'intersezione con i nuclei figurativi degli altri opliti, orbitando intorno al virus formale dell'osservante.

Tutt'attorno sono spaccati, lebbrosi di fumo i muri, arterie fuoriuscite dalla carne e che però conservano intatto al loro interno il rosso cupo della propria potenza: la lunga via scola la sua luce come un rigagnolo d'orina.

Dal dorso nudo del piede un rivolo di sangue coagulato risale a toccare l'orlo della veste. Una traccia d'olio combustibile irida un palmo d'acqua raccolto in una buca. Una donna colpisce e ricolpisce leggermente, con un piede, un filone spezzato di pane, ne riallinea i tozzi, ne ricompone l'ordine come raccogliesse, distrattamente, un fiore.

E' il fiore a mancare al pane, è il rosone del nudo che ha spento l'alito del proprio disegno all'imminentemente nudo dei cento corpi di moltiplicazione dello spazio: territori di ventri armati, lande desolate di ventri armonici all'arma (domini invisibili, átopoi, rossi privi di esistenza), armi ventrali come polvere annosa di geranei bianchi, infarinati al luogo del pane che manca al fiore come una fede o un credito di colore. Se la grazia, di fronte al doppio pane del colore e della carne, è l'omaggio da flora a fauna, da legno a chiodo, da Dio a mortale.

Il volto della madre Teti, prezioso di lacrime quali occhi cadenti, rompe il vano di una finestra cieca riquadrata in ocra sul muro grigio. È un'iscrizione fluida nel gorgo della pietra che bara la irriflessione degli opliti e delle donne. Ogni essere è immagine a sé e buio oggettivo: Teti estrae dalle lacrime il brivido di un movimento circolare, perfettamente chiuso su se stesso, ruotante intorno a un'asse tutt'altro che teorica, già che è un cuneo tagliente di cancellazione di forme, i cui estremi denomina, in un afflato di falsificazione, summa somni, mentre il vortice unitivo è definito punctum monstri, di modo che il limite è estensione, addizione e luogo, e la imago assente è un centro che si segnala inutilmente, perché non ha dominio, toglie signoria al Luminoso.

Teti madre è abbassata al sacerdozio di sé stessa e officia, sopra uno specchio di pietra, la pietà per il figlio sdoppiato fra la carne del pólemos e l'arma del pórnos. L'alleanza degli Achei forma la purezza della violenza, il movimento meccanico delle masse e il grido che slingua il combattente, che lo dissangua sulle ferite mobili dell'opponente: l'interno s'inanima dell'esterno. Il salto, la difesa e il colpo, l'occultamento e la terra, la rivelazione bianca d'arma e la carne a falde nere, involucrano Achille nell'Oggetto con un peso che perfora la sua volontà, che diviene sola volontà. Mentre, situato sullo stesso campo di preghiera, il Gineceo, trucco e sconsacrazione dello sperma, permette a Teti spensarsi in Achille, ad Achille sprecare sua propria madre in una stasi di tempo e divinità, in una meditazione che, proiettata come un'ombra sull'Ade del desiderio, non produca conoscenza né esibisca conoscente, non reclami origine né provochi destino, ma, come l'inquadratura di un oggetto dall'alto -oggetto senza sé stesso perché senza guardante, nonostante l'incombenza di un guardare-, sia lontana da esso tutta l'estensione del suo precipite osservare e non vedere, non consumare e, in definitiva, non osservare.

Se vuole Achille pensare uno spazio, può dargli il nome di Sciro, svilupparlo nella diagonale che dal mare materno s'infrange e biancheggia come bava sulla bocca dello Scamandro, fondando una sinuosa Atene o Colofone del Cammino (dove le deviazioni, i fiancheggiamenti, i retrocedere e i ristare sono, per il Camminatore, l'amare la Via), e può, nella linea dello spazio, vivere un tempo di sguardo circolare.

Può anche, il Tetide, fermo in un solo punto di Sciro, fiutando o gustando o udendo la corruzione di un giorno sull'unità vedente del corpo -e con i tratti della decomposizione a ideogrammi di luogo, a cronogrammi-, può Achille formare una statualità che chiamerà: l'Abbandono: dove lo spazio campisce il tempo come un restauratore le lacune di colore in un affresco.

Una donna in ginocchio sostiene tra le braccia il cadavere di una giovane: siamo nell'atrio di una casa in macerie: un radioregistratore propaga un canto funebre arabo: un uomo beve seven-up direttamente dalla lattina: la donna, dal volto infermo d'oro, alza lo sguardo sull'Osservante, rispenge gli occhi lasciando regnare morto il potere a due che piomba il mio vedere alla figura in fusione di una Pietà che ha veduto.

Gaza, estate 2002

Ianus Pravo

 

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